Trionfo della stupidità

Insieme aspettare qualcosa, cosa fare infine
quando il silenzio appare intatto, rovesciato
il suo riposto senso? Andare avanti, superare
anche le prime file, goffe nella loro difficoltà
ritornare poi indietro, serrare i ranghi
della sconfitta che non esiste,
la neghiamo con decisione.
Siamo noi gli artefici dell’ultimo riscatto,
in contatto con gente dell’altro mondo
fuggiamo, arriviamo intatti all’ultimo
appuntamento, ancorato al destino irrefutabile
del nostro corpo contorto perso nei mille
meandri dell’inesistente. Correrci
dietro come bambini ribelli, è certo inutile,
non siamo abbastanza veloci, lasciamo perdere
continuare è inutile. Che serve? Riparte
il terzo protagonista, eccolo davanti a noi
fisicamente possente, eroe incontrastato
pieno di rabbia per l’ultima
morte non autorizzata, missili d’incostante
andatura ridono il loro movimento scomposto:
l’importante è sicuramente da venire. Aspettiamo,
siamo coscienti dell’entità dell’essere supremo
e allora coccoliamo la nostra bimba ingenua,
tutta questa aria sconvolge, è troppa l’incertezza,
rischiamo anche noi di morire, in fondo,
e pentiti beviamo il nostro sangue all’ultimo bar
della strada, quando dopo la lunga risata
eravamo tristi, pieno di prurito
causato dalla nostra fanciullezza pudica.
Inflitti gli ultimi castighi, abbiamo avuto ragione,
ma tutto era previsto. L’incoscienza è presente
come tutte le invenzioni dell’imbecillità. Il finale
è stato molto cruento, quasi un massacro.
Il sangue cola sempre su di noi, coagula leggero
per possederci, odiarci, invidiarci infine per ciò
che è stato fatto alla natura incostante, folle,
all’itterizia della nostra immaginazione, malata
di superbia felina, accidia, esclusività.
Missioni da compiere non ne abbiamo,
questo è deciso, e continuiamo indecisi, vogliosi,
un monte di visibili rinunce, protagoniste
di se stesse,
ogni giorno quando vediamo
il nostro vicino sordomuto ridere.
Ritorna il nostro terzo protagonista,
sempre ritorna a memoria d’uomo,
mai si è visto infine
perché l’introspezione della nostra anima
ora s’apre, per contenere qualcosa.
Noi, tremiamo di gioia, ma soprattutto di dolore,
ci mangiamo la lingua, siamo tesi,
tutto ci pare fiamma, le orecchie rosse.
Ci uniamo, travolgendo tutte le regole
per un’infanzia libera, i nostri genitori
ci guardano dietro l’angolo,
golosi della nostra giovinezza.
Ora stiamo bene, la crisi è passata, infine
siamo sull’acqua, dondoliamo,
l’importante è esistere, ma abbiamo perso
inesorabilmente, codificando l’esplosione.

Il tempo di pace non arriva mai

“Giunsi a Torino il 19 di ottobre, dopo trentacinque giorni di viaggio: la casa era in piedi, tutti i familiari vivi, nessuno mi aspettava. Ero gonfio, barbuto e lacero, e stentai a farmi riconoscere. Ritrovai gli amici pieni di vita, il calore della mensa sicura, la concretezza del lavoro quotidiano, la gioia liberatrice del raccontare. Ritrovai un letto largo e pulito, che a sera (attimo di terrore) cedette morbido sotto il mio peso. Ma solo dopo molti mesi svanì in me l’abitudine di camminare con lo sguardo fisso al suolo, come per cercarvi qualcosa da mangiare o da intascare presto e vendere per pane; e non ha cessato di visitarmi,  ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento.
E’ un sogno entro un altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza. Sono a tavola con la famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe. E infatti, al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso, tutto cade e si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti, le persone, e l’angoscia si fa più intensa e più precisa. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in un Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa. Ora questo sogno interno, il sogno di pace, è finito, e nel sogno esterno, che prosegue gelido, odo risuonare una voce, ben nota: una sola parola, non imperiosa, anzi breve e sommessa. E’ il comando dell’alba in Auschwitz, una parola straniera, temuta e attesa: alzarsi, ‘Wstawac’.” (Primo Levi, La tregua)

A confronto di un minuto di guerra, un anno di pace non è nulla. Se poi la guerra è oppressione e schiavitù, e disperata attesa di una liberazione che potrebbe non arrivare mai, nessun tempo di pace potrà mai cancellarla. La memoria di chi non ha vissuto l’offesa assoluta è conoscenza storica e compatimento solo teorico. Il ricordo degli schiavi è ossessione. Non c’è liberazione possibile, il male inferto affonda le sue radici nella memoria più profonda, condivide sentieri neuronali con lo sguardo della mamma e impressioni neonatali. L’orrore vissuto diventa fondamento dell’esistenza susseguente. Il sogno arcadico di una vita armoniosa diventa illusione, sogno di un sogno. La speranza è stata uccisa.
L’esperienza dei Lager non è l’unica a distruggere la pace anche negli anni futuri in cui i Lager non vi saranno più (ma solo finché non torneranno). Violenze piccole e grandi, fisiche e psicologiche, condizionano esistenze del cosiddetto tempo di pace, in realtà tempo d’assenza della guerra. Essendo la vera pace un’esperienza interiore, non oggettiva, è possibile  solo a un piccolo gruppo di persone, fortunate perché immuni all’offesa, come santi, o perché miracolosamente scampate all’ovvietà del male. Il Lager è l’offesa massima, annullamento della personalità e assoggettamento all’altro proclamatosi superiore. Anche il caporione casuale, caporale di giornata, partecipa dello stesso male del nazismo, in modo limitatissimo, certo, ma con analoghi esiti. Il trauma, più grave se infantile, ma anche adulto, segna l’esistenza come una ferita non rimarginabile. La privazione della libertà, sia pure in ambiti limitati, si pensi a certe prevaricazioni nei luoghi di lavoro più abietti, l’umiliazione, la derisione, la riduzione in schiavitù, sono delitti quasi più gravi dell’omicidio, perché uccidono non in un secondo, ma in una vita intera.

Il ritorno di Lina

Sicuramente Lina arriverà,
prima o poi,
sto ad aspettarla, non so cosa fare
nelle mattine tiepide d’autunno
in cui il sole non esce
è pigro, come me
non ha voglia di alzarsi
è un sole triste
e io lo vedo triste,
incapace di consolarlo, incapace
perché un buffone è ridicolo
nei suoi momenti lirici.
Pare strano, anzi, che io sia veramente triste,
ma i buffoni sono sempre tristi.

Il giardiniere non mi condanna a morte,
mi lascia stare, come fossi la statua
di uno gnomo
sepolto in un giardino invisibile,
continua a camminare, a spazzare i vialetti,
guardandomi di sbieco.
Un triste destino oggi,
svegliatomi non molto presto,
per andare in un bagno aperto al mondo
e poi ho rinunciato a tutto
non ho mangiato,
e neanche ho cercato di fare qualcosa.
Questo giardino non è però la mia tomba
perché un corpo vive anche da solo,
di questo non mi preoccupo.
Non posso non confessare
che aspetto con dolcezza
la notte, un sogno migliore.
Il bel sogno che ho fatto stanotte
mi ha impedito oggi di agire
il rimpianto era troppo
lo ammetto, era un sogno erotico,
ma Lina non è fuggita
e io ho dimenticato il suo corpo
perché il sogno che ho fatto stanotte
era un sogno
e un sogno è pieno di false sensazioni
che si ripetono dondolandosi
ogni tanto, ogni tanto,
dolci dolci,
ma non permettono la vita.

Se anche la morte è un sogno
allora tutto è un sogno, tranne il sogno
e dovremmo urlare per questo macabro furto.

La memoria del male

“Perché i nuovi sorveglianti avevano quel sogghigno indecifrabile di fronte ai nuovi arrivati che, riprendendo fiato, si preoccupavano di adattarsi alla nuova vita? Gli uomini si asciugavano la fronte con il fazzoletto, le ragazze si mettevano a posto i capelli, si stringevano addosso le gonne quando tirava un colpo di vento, e i vecchi cercavano di sedersi sulle loro valigie, silenziosi anche loro, di quel terribile silenzio che ora era caduto sul gregge finalmente riunito. Tranne quei ghigni, quelle risa d’intesa, sembrava che i sorveglianti avessero deposto ogni furore, e mentre distribuivano tranquillamente ordini, schiaffi, calci, Erni si rese conto che non obbedivano più all’odio, ma compivano tutti i loro gesti con quella specie di simpatia distante che si prova per un cane, anche quando lo si picchia: l’animale picchiato è un cane, dunque si può pensare, con una certa probabilità, che chi lo picchia è un uomo. Eppure, dando un’occhiata di nuovo alla baracca, tra la nebbia, gli apparve, in alto, nel cielo grigio, un vago chiarore, che terminava in una nuvola di fumo; e insieme avvertì di nuovo l’afrore nauseabondo che regnava sul piazzale, ben distinto dal fetore stagnante dei dissenterici per l’acre odore della materia organica in combustione. ‘Ma tu piangi sangue,’ gli disse improvvisamente Golda, stupita. ‘Ma come vuoi che pianga sangue?’ replicò Erni. E asciugandosi le lacrime di sangue che gli solcavano le guance si volse, per nascondere alla ragazza la morte del popolo ebraico, scritta a chiare lettere, lo sapeva, in tutta la carne del suo volto.” (André Schwarz-Bart, L’ultimo dei giusti, traduzione Valerio Riva)

Nel 1967 Ron Jones, professore di storia in un liceo di Palo Alto, in California, volle fare un esperimento con i suoi studenti. Simulò l’organizzazione di un movimento politico fortemente disciplinato e gerarchico, al cui vertice un’unica persona aveva il potere assoluto. L’esperimento durò solo quattro giorni. Jones dovette interromperlo perché si rese conto che i suoi studenti erano già arrivati al punto di perseguitare chi non voleva aderire al movimento. Eppure, si trattava solo di un gioco. Recentemente è stato girato un film, “L’onda”, ispirato da quella vicenda.
Un altro esperimento, curiosamente nella stessa Palo Alto, fu condotto nel 1971 da un team di psicologi della Stanford University, guidati da Philip Zimbardo. Si trattava di creare due gruppi opposti d’individui, l’uno di finti detenuti, l’altro di finte guardie. Furono scelti come partecipanti ventiquattro studenti che dimostravano doti di equilibrio mentale e che non erano attratti da comportamenti devianti. Furono stabilite delle regole di comportamento molto precise per i detenuti, mentre le guardie dovevano sorvegliare e punire, a loro discrezione. L’esito fu drammatico. Al quinto giorno il team dovette sospendere l’esperimento, per evitare gravi conseguenze al gruppo dei detenuti, vessati dal sadismo delle guardie.
Basterebbero questi due esempi a spiegare la necessità della memoria storica dell’Olocausto. La memoria non serve alle vittime, ma a chi corre il rischio di diventare carnefice. Nella Germania nazista la maggioranza dei tedeschi era colpevole, perché, al di là di chi eseguiva gli ordini, quasi tutti consideravano le minoranze destinate ai campi di concentramento (ebrei in primo luogo, ma anche zingari, testimoni di Geova, omosessuali, slavi e dissidenti politici) come esseri inferiori, e questo solo perché qualcuno lo aveva detto e ripetuto nei tanti luoghi di esaltazione collettiva. Come dimostrato dai due esperimenti citati, una divisa comune, un saluto e un senso collettivo di superiorità possono annullare la personalità umana, trasformando persone pacifiche in potenziali carnefici.

Pensierini della buonanotte – 29

“Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni terreni. Il nostro PIL ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel PIL – se giudichiamo gli USA in base ad esso – quel PIL comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine. Comprende serrature speciali per le nostre porte e prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali nella espansione urbanistica incontrollata. Comprende il napalm e le testate nucleari e le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Eppure il PIL non tiene conto della salute dei nostri ragazzi, la qualità della loro educazione e l’allegria dei loro giochi. Non include la bellezza delle nostre poesie e la solidità dei nostri matrimoni, l’acume dei nostri dibattiti politici o l’integrità dei nostri funzionari pubblici. Non misura né il nostro ingegno né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione ne la devozione per la nostra nazione. Misura tutto, in poche parole, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Ci dice tutto sull’America, eccetto il motivo per cui siamo orgogliosi di essere americani.” (Robert Kennedy, Dal discorso tenuto il 18 marzo 1968 alla Kansas University)

Abbiamo tutti bisogno di un esame di coscienza. Per chi non è religioso, come me, ed ha anzi abbandonato il cattolicesimo da ragazzo e per mille buoni motivi, è più difficile. Per noi la cui unica fede è quella filosofica, è preferibile parlare di autocoscienza. Qualunque sia la forma, è comunque necessario ripensare il tempo vissuto dagli anni ottanta e fino a oggi. Abbiamo abbandonato i nostri sogni per una pragmatica accettazione dell’esistente, magari con una tiepida propensione al miglioramento riformista. La cosa peggiore, è che abbiamo ristretto lo sguardo come i cavalli che marciano lungo la strada con i paraocchi che impediscono loro di guardare a lato. Ognuno è andato avanti, sbandando a volte paurosamente, nascondendosi che la strada percorsa era una scelta di cui si aveva colpa.
E’ paradossale che molti della mia generazione portino dentro di sé la nostalgia. Di questo si ha coscienza, senza capire che è nostalgia d’innocenza, di purezza e di assoluto. La nostalgia trucca il passato e lo trasforma in arcadia. Così persone che hanno collaborato, in buona o cattiva fede, con la peggiore deriva politica italiana di questi anni, hanno solo il coraggio di guardare indietro e pensare a com’erano belli i tempi dell’impegno e delle barricate. Chi ha, ora, il coraggio di scelte radicali? Eppure, analizzando la realtà, niente è ora più necessario di una brusca inversione, di un distacco dal sottinteso credo comune, di un abbandono delle buone e comode abitudini per la messa in discussione di se stessi e di ciò che viviamo.
Contrariamente a quanto si crede, l’interpretazione del periodo storico attuale è molto semplice. Sconfitto il comunismo, il capitalismo si è fatto dottrina dominante. La storia insegna che una forza storica e sociale dà il peggio di sé quando non trova più nessun ostacolo. Il liberalismo è diventato un mantra condiviso da destra e sinistra, ma si potrebbe ugualmente parlare di sopra e sotto, di dentro e fuori, di bianco e nero. La dialettica politica è puramente virtuale e in realtà inesistente. Per tornare a fare politica sul serio, occorre andare contro gli attuali idoli. In primo luogo, occorre pretendere che il treno folle dello sviluppo economico a tutti i costi si arresti. Mettere al centro del discorso l’esistenza e non il profitto. L’economia deve essere solo uno strumento della vita sociale, e non lo scopo. Questo richiede la rinuncia a tante piccole cose, la scelta di una vita meno ricca perché sia meno isolata. La nostalgia dell’età dell’oro è paradossale, perché in realtà si rimpiange la potenzialità che dà il non avere nulla.

Pensierini della buonanotte – 28

“In ambito industriale c’era però chi capiva che la pubblicità non si rivolgeva solo alla nazionalità, ma anche allo spirito della gente: l’immagine poteva evocare un sentimento – si pensi alla presenza confortante di Aunt Jemima – ma non solo: un’azienda poteva complessivamente proporsi come incarnazione di un concetto. All’inizio degli anni Venti, il famoso pubblicitario Bruce Barton trasformò la General Motors in una metafora della famiglia americana, ‘qualcosa di personale, di caldo, di umano’; mentre GE non era tanto la sigla dell’anonima General Electric Company, quanto, a detta di Barton, ‘le iniziali di un amico’. Nel 1923 Barton afferma che il ruolo della pubblicità è quello di aiutare le grandi aziende a trovare la propria anima. In quanto figlio di un predicatore, la sua educazione religiosa si riflette nei suoi messaggi: ‘Mi piace pensare alla pubblicità come a qualcosa di grande, di eccezionale, qualcosa che va nel profondo a cogliere l’anima di un’istituzione … Le istituzioni hanno un’anima, così come gli uomini e le nazioni, disse al presidente della GM Pierre du Pont. Gli annunci pubblicitari della General Motors cominciarono a raccontare storie di persone che possedevano l’auto: il predicatore, il farmacista, il medico di campagna che, grazie alla sua fidata GM, arrivava ‘al capezzale di un bambino moribondo’ giusto in tempo ‘per riportarlo in vita’.“ (Naomi Klein, No Logo, traduzione Equa Trading e Serena Borgo)

La figura retorica della pubblicità è la metonimia, difetto fondante di un capitalismo molto più antico di quanto si possa immaginare. Il nome prende il posto del bene, più che sostituirlo lo rende superfluo. Il nome è l’idea che supera la qualità effettiva, l’immaginazione al potere e al servizio del business. Quando si attribuiscono qualità a un nome, l’oggetto che dovrebbe rappresentare sparisce dalla nostra percezione. Siamo tutti vittime di quest’abbaglio sensoriale. La cosa riguarda in primo luogo i beni industriali, ma non si limita a questi. Pensiamo ad esempio alla strana sorte degli artisti. Dicendo “un Picasso” s’intende un quadro, e non un pittore un po’ egocentrico e molto maschilista, per quanto dotato. Uno sgorbio assurdo può diventare un capolavoro se lo attribuiamo a un nome magico. Si pensi alla beffa delle false statue di Modigliani, ad esempio. Il nome nominato diventa formula magica che annulla il giudizio oggettivo.
Nell’editoria il fenomeno è assai frequente. Ogni tanto si scoprono inediti di qualche famoso scrittore che dovrebbero per pudore rimanere tali. Li si pubblica con grande squillo di trombe, anche se non sono altro che iniziali tentativi non riusciti, che giustamente l’autore aveva nascosto in una cassapanca in cantina, forse con l’idea di ritornare in seguito su un’idea non compiuta. Il fascino del nome compie il miracolo: si trova il tocco del genio letterario, magari acerbo, lì dove c’è solo un vagare nella nebbia in attesa di un’illuminazione che sarebbe arrivata solo molto più tardi.

Partenze e ritorni

Mattino d’ansia armato,
s’aprono porte su paure
sepolte sotto tappeti.
Corrono zoppi sulle scale
mutanti di seta vestiti,
l’acciaio rovente nei cuori.

Qualcosa non va tra di noi,
se amanti ci perdiamo
nelle strade intasate.
Qualcosa  è ammalato in noi
ridenti di sere afose,
se oggi la nausea ci prende.

Non è vero, non è vero,
nero oltre l’orizzonte
non significa domani.
Non è vero, amore buffo,
centomila frasi stradette
non compongono un  ricordo.

Le mani rotte di vene,
plastica accende grida
d’ossessione nella città.
Di schianto torniamo indietro,
assordati demoni arsi
schizziamo sfiorando la morte.

Dietro la porta riaccendo
ricordi con un cerino,
attendo il tuo ritorno.
Dietro la porta un vestito
anticipa la tua presenza,
già ti guardo e mi rivedo.