Pensierini della buonanotte – 29

“Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni terreni. Il nostro PIL ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel PIL – se giudichiamo gli USA in base ad esso – quel PIL comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine. Comprende serrature speciali per le nostre porte e prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali nella espansione urbanistica incontrollata. Comprende il napalm e le testate nucleari e le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Eppure il PIL non tiene conto della salute dei nostri ragazzi, la qualità della loro educazione e l’allegria dei loro giochi. Non include la bellezza delle nostre poesie e la solidità dei nostri matrimoni, l’acume dei nostri dibattiti politici o l’integrità dei nostri funzionari pubblici. Non misura né il nostro ingegno né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione ne la devozione per la nostra nazione. Misura tutto, in poche parole, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Ci dice tutto sull’America, eccetto il motivo per cui siamo orgogliosi di essere americani.” (Robert Kennedy, Dal discorso tenuto il 18 marzo 1968 alla Kansas University)

Abbiamo tutti bisogno di un esame di coscienza. Per chi non è religioso, come me, ed ha anzi abbandonato il cattolicesimo da ragazzo e per mille buoni motivi, è più difficile. Per noi la cui unica fede è quella filosofica, è preferibile parlare di autocoscienza. Qualunque sia la forma, è comunque necessario ripensare il tempo vissuto dagli anni ottanta e fino a oggi. Abbiamo abbandonato i nostri sogni per una pragmatica accettazione dell’esistente, magari con una tiepida propensione al miglioramento riformista. La cosa peggiore, è che abbiamo ristretto lo sguardo come i cavalli che marciano lungo la strada con i paraocchi che impediscono loro di guardare a lato. Ognuno è andato avanti, sbandando a volte paurosamente, nascondendosi che la strada percorsa era una scelta di cui si aveva colpa.
E’ paradossale che molti della mia generazione portino dentro di sé la nostalgia. Di questo si ha coscienza, senza capire che è nostalgia d’innocenza, di purezza e di assoluto. La nostalgia trucca il passato e lo trasforma in arcadia. Così persone che hanno collaborato, in buona o cattiva fede, con la peggiore deriva politica italiana di questi anni, hanno solo il coraggio di guardare indietro e pensare a com’erano belli i tempi dell’impegno e delle barricate. Chi ha, ora, il coraggio di scelte radicali? Eppure, analizzando la realtà, niente è ora più necessario di una brusca inversione, di un distacco dal sottinteso credo comune, di un abbandono delle buone e comode abitudini per la messa in discussione di se stessi e di ciò che viviamo.
Contrariamente a quanto si crede, l’interpretazione del periodo storico attuale è molto semplice. Sconfitto il comunismo, il capitalismo si è fatto dottrina dominante. La storia insegna che una forza storica e sociale dà il peggio di sé quando non trova più nessun ostacolo. Il liberalismo è diventato un mantra condiviso da destra e sinistra, ma si potrebbe ugualmente parlare di sopra e sotto, di dentro e fuori, di bianco e nero. La dialettica politica è puramente virtuale e in realtà inesistente. Per tornare a fare politica sul serio, occorre andare contro gli attuali idoli. In primo luogo, occorre pretendere che il treno folle dello sviluppo economico a tutti i costi si arresti. Mettere al centro del discorso l’esistenza e non il profitto. L’economia deve essere solo uno strumento della vita sociale, e non lo scopo. Questo richiede la rinuncia a tante piccole cose, la scelta di una vita meno ricca perché sia meno isolata. La nostalgia dell’età dell’oro è paradossale, perché in realtà si rimpiange la potenzialità che dà il non avere nulla.

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