La memoria del male

“Perché i nuovi sorveglianti avevano quel sogghigno indecifrabile di fronte ai nuovi arrivati che, riprendendo fiato, si preoccupavano di adattarsi alla nuova vita? Gli uomini si asciugavano la fronte con il fazzoletto, le ragazze si mettevano a posto i capelli, si stringevano addosso le gonne quando tirava un colpo di vento, e i vecchi cercavano di sedersi sulle loro valigie, silenziosi anche loro, di quel terribile silenzio che ora era caduto sul gregge finalmente riunito. Tranne quei ghigni, quelle risa d’intesa, sembrava che i sorveglianti avessero deposto ogni furore, e mentre distribuivano tranquillamente ordini, schiaffi, calci, Erni si rese conto che non obbedivano più all’odio, ma compivano tutti i loro gesti con quella specie di simpatia distante che si prova per un cane, anche quando lo si picchia: l’animale picchiato è un cane, dunque si può pensare, con una certa probabilità, che chi lo picchia è un uomo. Eppure, dando un’occhiata di nuovo alla baracca, tra la nebbia, gli apparve, in alto, nel cielo grigio, un vago chiarore, che terminava in una nuvola di fumo; e insieme avvertì di nuovo l’afrore nauseabondo che regnava sul piazzale, ben distinto dal fetore stagnante dei dissenterici per l’acre odore della materia organica in combustione. ‘Ma tu piangi sangue,’ gli disse improvvisamente Golda, stupita. ‘Ma come vuoi che pianga sangue?’ replicò Erni. E asciugandosi le lacrime di sangue che gli solcavano le guance si volse, per nascondere alla ragazza la morte del popolo ebraico, scritta a chiare lettere, lo sapeva, in tutta la carne del suo volto.” (André Schwarz-Bart, L’ultimo dei giusti, traduzione Valerio Riva)

Nel 1967 Ron Jones, professore di storia in un liceo di Palo Alto, in California, volle fare un esperimento con i suoi studenti. Simulò l’organizzazione di un movimento politico fortemente disciplinato e gerarchico, al cui vertice un’unica persona aveva il potere assoluto. L’esperimento durò solo quattro giorni. Jones dovette interromperlo perché si rese conto che i suoi studenti erano già arrivati al punto di perseguitare chi non voleva aderire al movimento. Eppure, si trattava solo di un gioco. Recentemente è stato girato un film, “L’onda”, ispirato da quella vicenda.
Un altro esperimento, curiosamente nella stessa Palo Alto, fu condotto nel 1971 da un team di psicologi della Stanford University, guidati da Philip Zimbardo. Si trattava di creare due gruppi opposti d’individui, l’uno di finti detenuti, l’altro di finte guardie. Furono scelti come partecipanti ventiquattro studenti che dimostravano doti di equilibrio mentale e che non erano attratti da comportamenti devianti. Furono stabilite delle regole di comportamento molto precise per i detenuti, mentre le guardie dovevano sorvegliare e punire, a loro discrezione. L’esito fu drammatico. Al quinto giorno il team dovette sospendere l’esperimento, per evitare gravi conseguenze al gruppo dei detenuti, vessati dal sadismo delle guardie.
Basterebbero questi due esempi a spiegare la necessità della memoria storica dell’Olocausto. La memoria non serve alle vittime, ma a chi corre il rischio di diventare carnefice. Nella Germania nazista la maggioranza dei tedeschi era colpevole, perché, al di là di chi eseguiva gli ordini, quasi tutti consideravano le minoranze destinate ai campi di concentramento (ebrei in primo luogo, ma anche zingari, testimoni di Geova, omosessuali, slavi e dissidenti politici) come esseri inferiori, e questo solo perché qualcuno lo aveva detto e ripetuto nei tanti luoghi di esaltazione collettiva. Come dimostrato dai due esperimenti citati, una divisa comune, un saluto e un senso collettivo di superiorità possono annullare la personalità umana, trasformando persone pacifiche in potenziali carnefici.

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