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Un samurai senza spada

Magia – 1

“Tu che ti sei appressato alla ‘Scienza dei Maghi’, sii forte abbastanza per questa conoscenza: Tu non sei vita in te. Tu non esisti. ‘Mio’, non puoi dirlo di nulla. La Via, non la possiedi – è essa che ti possiede. La soffri. Ed è un miraggio, che questo fantasma di ‘io’ possa sussistere immortale al disfarsi del corpo, quasi che tutto non ti dicesse che la correlazione con questo corpo gli è essenziale, che un malessere, un trauma, un accidente qualsiasi hanno un’influenza precisa sulle facoltà sue, per ‘spirituali’ e ‘superiori’ che esse siano!

“Ed ora distogliti da te, discendi oltre la soglia, in ritmi di analogia-sensazione, sempre più giù nelle oscure profondità della forza che regge il corpo tuo.

“Qui essa perde nome ed individuazione. Allora sarà la sensazione di tale forza che si allarga a riprendere ‘me’ e ‘non-me’, a pervadere tutta la natura, a sostanziare il tempo, a trasportare miriadi di esseri come se fossero ebbri o ipnotizzati, riaffermandosi in mille forme, irresistibile, selvaggia, priva di limiti, arsa da una eterna insufficienza e privazione.

“’Ciò è’ – così pensa. Se questo sapere a te ti riconduce, e, ghiacciato da gelo mortale, senti l’abisso aperto: ‘In ciò io sono’ – tu qui hai conseguito la CONOSCENZA DELLE ‘ACQUE’.” (Abraxa, Conoscenza delle acque, in Introduzione alla Magia, a cura del Gruppo di Ur)

Magia e Scienza riguardano ambiti completamente diversi e non c’è alcun rapporto di continuità tra di loro. Apparentemente entrambe hanno come obiettivo la conoscenza, ma con intenti diversi: il progresso dell’umanità  per la seconda, il potere individuale per la prima. Intenti del tutto teorici, sia chiaro, se è vero che spesso entrambe sono strumenti nelle mani di potentati superindividuali, economici o politici. Come ciò accada alla scienza è risaputo, mentre più oscuro appare a volte il ruolo della Magia.

Se nelle logge massoniche si praticano rituali che discendono dalla tradizione esoterica, è perché i rituali magici hanno come scopo l’ottenimento del potere, lo stesso che i massoni vogliono esercitare sulla società umana. Gli adepti non sono bizzarri praticanti di discipline occulte, ma ingegneri, imprenditori, banchieri e politici. Il rituale magico ha lo scopo di suggestionare e convincere che si dispone di una forza immateriale ma reale, in grado di cambiare se stessi e il mondo. L’aspetto meno democratico e più concreto della magia è questa pratica che sospende il giudizio autocritico e che disprezza l’idea di collettività. Parlo, chiaramente, di Magia occidentale, ma in termini più generali la Magia è comunque questo.

La differenza tra Magia bianca e nera, la prima che concepisce il potere solo come potere su di sé e a scopo di bene, la seconda che pratica invece la ricerca di un potere assoluto sugli altri, è meno netta di quanto possa sembrare. Chi controlla la propria sensibilità, chi elimina da sé la vulnerabilità emozionale, può sì farlo nel pieno disprezzo di ciò che potrebbe ottenere materialmente dalla propria autodisciplina, ma ciò non toglie che tra l’ascetica consapevolezza e l’uso del proprio autocontrollo per dominare gli altri c’è solo la differenza di una diversa decisione, di un sì o di un no. Lo stato che producendo un ordigno nucleare ne afferma la necessità per garantirsi la pace non si pone forse in una situazione analoga?  Un futuro presidente a cui siano affidati pieni poteri potrà trasformare il bene in male con la semplice pressione, immaginaria, di un tasto. Il male quindi sta già nella potenza irrealizzata del bene.

Come spesso accade nella Magia, la dimostrazione dei suoi complessi principi si capisce facilmente dalle sue pratiche popolari. Filtri d’amore, pratiche per il malocchio e quant’altro hanno come scopo l’ottenimento di un potere su qualcun altro. Anche la semplice divinazione, dalla lettura dei tarocchi agli oroscopi, persegue il potere più grande di tutti: quello di conoscere in anticipo la propria vita. Potere assai meno innocuo di quanto si vorrebbe credere.

Il testo di Abraxa citato (Abraxa è il soprannome di un eminente studioso di esoterismo vissuto nel novecento) è uno degli esempi più affascinanti di una ricerca di sé tramite le pratiche magiche che molto si avvicina alle forme di meditazione più pure. L’annullamento dell’io è allontanamento dai propri desideri, ed è un tentativo, difficile, di esorcizzare il rischio di un uso improprio dei poteri che si potranno acquisire con le pratiche. Per chi si chiedesse che cosa ci sia, in fondo, di reale in questi poteri, risponderò che, per quanto risulta dai miei poveri studi, non c’è assolutamente nulla di reale, se non la forza della suggestione. Ma tanto basta, per la magia, che non ricerca la verità e la realtà, ma l’ottenimento puro e semplice di risultati concreti. E questo spiega l’impiego di queste pratiche da parte della massoneria.

Il sogno del vampiro

“L’applicazione del teorema dei costi comparati di produzione e di distribuzione si generalizza. Qualsiasi bene, qualsiasi servizio sarà prodotto laddove i costi saranno inferiori. Il pianeta intero diventa così un gigantesco mercato in cui popoli, classi sociali e paesi entrano in competizione fra loro. Tuttavia, nel mercato globalizzato, quello che perdono gli uni – in termini di stabilità dell’impiego, di minimo salariale, di sicurezza sociale, di potere d’acquisto – non è automaticamente conquistato dagli altri. La madre di famiglia di Pusan, nella Corea del Sud, che svolge un lavoro sottopagato, e il proletario indonesiano che, per un salario misero, si logora alla catena di montaggio in una zona franca di Jacarta, migliorano solo di poco la propria situazione, mentre l’operaio meccanico di Lilla o il lavoratore tessile di San Gallo vivono sotto la continua minaccia della disoccupazione.” (Jean Ziegler, La privatizzazione del mondo, traduzione Monica Fiorini)

Il capitalismo contemporaneo potrebbe avere come emblema poco nobiliare l’immagine del serpente che mangia se stesso. Incapace di fermare la ricerca di un profitto sempre crescente, divora il proprio corpo, cioè la società che l’ha sostenuto. Il nocciolo del problema è la proclamazione continua dell’interesse individuale come motore della società, legge di mercato come legge di natura, trionfo dell’anarchia del potere. La sottomissione delle esigenze sociali alla brutale dinamica economica riporta la storia verso il medioevo. Non c’è nulla di moderno nell’affermare il dominio del profitto.

La voracità del business privo di regole etiche comporta la fine non solo dello stato sociale, ma dello stesso tessuto nel quale il capitalismo è possibile. L’accumulo incontrollato di capitale è il sogno autolesionista di un vampiro. I corpi prosciugati diventano parzialmente inutilizzabili, non più partecipi minori del benessere, schiavi ma non più consumatori. Il mercato implode, chiudono le piccole aziende e i negozi, la crisi minaccia anche le grandi imprese. Il capitale ha bruciato la terra natia e deve emigrare.

La società del benessere è stata solo una casuale congiuntura? Uno specchietto per allodole? Durante la guerra fredda la circolazione del capitale in senso inverso, dai grandi accumuli allo stato sociale, era forzata dall’esigenza di dimostrare la superiorità del modello capitalista democratico. Ora quest’ultimo può continuare a esistere, senza l’imposizione politica che obbliga il denaro a defluire e ridistribuirsi?

Ragazzi in fuga

“E’ vero, non mi hai praticamente mai picchiato. Ma le tue grida, la tua faccia paonazza, le bretelle slacciate e tenute pronte sulla spalliera della sedia, erano quasi peggio. E’ come quando uno sta per essere impiccato. Se lo impiccano realmente, allora muore ed è tutto finito, ma se è costretto ad assistere a tutti i preparativi dell’impiccagione e apprende di essere stato graziato solo quando la corda gli penzola davanti al volto, può riportarne un trauma per tutta la vita. Inoltre le numerose occasioni in cui, secondo la tua opinione espressa assai chiaramente, avrei meritato le percosse evitandole per un capello grazie alla tua misericordia, non fecero che ingigantire il mio senso di colpa. Da qualunque punto di vista ero colpevole nei tuoi confronti.” (Franz Kafka, Lettera al padre, traduzione Claudio Groff)

La scorsa notte ho fatto un sogno che proviene dal passato. La polizia stava inseguendo un gruppo di ragazzi. Inizialmente spettatore, mi sono sentito talmente dalla parte degli inseguiti che mi sono unito a loro. In breve ci siamo dispersi per cercare scampo, ma la polizia era ovunque. Poi mi hanno preso.

Un commissario in borghese mi si è avvicinato mentre ero circondato da agenti. Nessuno di loro mi stava facendo del male. Indicando il colletto della mia camicia, mi chiede perché non porti la cravatta. Rispondo che non sono abituato, e mi giustifico con la scusa che sono un danzatore (e nel sogno effettivamente lo ero). E’ un motivo che al commissario deve sembrare assurdo. Estrae dalla tasca una cravatta per farmela indossare.  Mentre provo a fare il nodo, guardo il suo volto, privo di irritazione, ma severo.

E’ un sogno che proviene dalla mia giovinezza, vissuta negli anni settanta. Allora si parlava di scontro tra generazioni. I padri non erano solo quelli biologici, ma l’intero apparato statale e in particolare scolastico, la polizia e i carabinieri. I padri imponevano l’ordine e negavano la possibilità di avere una vita diversa dalla loro. I figli leggevano il libretto rosso di Mao, ascoltavano il rock progressivo americano e fumavano hascisc, senza preoccuparsi di essere coerenti, perché la coerenza era dei padri. I figli scappavano per le strade inseguiti dalla polizia e dai carabinieri, convinti che quella fuga fosse necessaria. Poi la fuga finì, tranne per qualcuno che voleva uccidere i padri, non riuscendo a distinguere tra le persone e i simboli.

Uno degli autori più letti dalla mia generazione è stato Kafka, forse perché aveva già raccontato questa storia. Il potere paterno che non si può discutere diventa, nei suoi racconti, una crudele forza divina, dalla quale si fugge, ma senza nessuna speranza di salvezza. L’imperatore sa sempre dove ti trovi. Non ha fretta di punirti e ti lascia sempre un’ultima possibilità di redenzione, che per te sarà, però, impossibile.

E allora come potrei pretendere?

“[…] And indeed there will be time
For the yellow smoke that slides along the street,
Rubbing its back upon the window panes;       
There will be time, there will be time
To prepare a face to meet the faces that you meet;
There will be time to murder and create,
And time for all the works and days of hands
That lift and drop a question on your plate;       
Time for you and time for me,
And time yet for a hundred indecisions,
And for a hundred visions and revisions,
Before the taking of a toast and tea.

In the room the women come and go       
Talking of Michelangelo.

And indeed there will be time
To wonder, ‘Do I dare?’ and, ‘Do I dare?’
Time to turn back and descend the stair,
With a bald spot in the middle of my hair—       
(They will say: ‘How his hair is growing thin!’)
My morning coat, my collar mounting firmly to the chin,
My necktie rich and modest, but asserted by a simple pin—
(They will say: ‘But how his arms and legs are thin!’)
Do I dare       
Disturb the universe?
In a minute there is time
For decisions and revisions which a minute will reverse.

For I have known them all already, known them all:
Have known the evenings, mornings, afternoons,       
I have measured out my life with coffee spoons;
I know the voices dying with a dying fall
Beneath the music from a farther room.
So how should I presume? […]”
(T.S.Eliot, The love song of J. Alfred Prufrock)

“[…] Ci sarà tempo, certo,
Per la foschia gialla che scivola lungo la strada
Strofinandosi il dorso contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Di prepararsi una faccia che affronti le facce che incontra;
Ci sarà tempo di uccidere e di creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni di mani
Che alzano una domanda e te la fanno cadere sul piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E ancora tempo per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima del tè con il pane abbrustolito.

Nella sala le donne vanno e vengono
E parlano di Michelangelo.

Ci sarà tempo, certo,
Per chiedermi ‘Ne ho il coraggio?’ e ‘Ne ho il coraggio?’.
Tempo per voltarmi e scendere le scale,
Con una pelata al centro della testa –
(Diranno:’sta perdendo i capelli!’)
Il tight, il colletto che punta fermo contro il mento,
La cravatta bella e non vistosa, ma asserita da una semplice spilla –
(Diranno: ‘che braccia e gambe magre che ha!’)
Ho il coraggio
D’incomodare l’universo?
C’è tempo in un minuto
Per decisioni e revisioni che un minuto può rovesciare.

Perché li ho già conosciuti tutti, proprio tutti –
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho consumato la vita misurandola a cucchiaini da caffè;
Conosco le voci che sfumano in una cadenza che sfuma
Sotto la musica d’una sala distante
E allora come potrei pretendere? […]”
(T.S.Eliot, La canzone d’amore di J.Alfred Prufock, traduzione Vanna Gentili)

C’è una domanda, ma più che una domanda è un’intenzione impertinente, la ribellione imprevista e inaccettabile di chi è inquadrato in una realtà indiscutibile. Non si può fare, quella domanda, pena la perdita dell’onorabilità o, più attualmente, del bonario lasciar vivere di cui si beneficia. La follia è sempre dietro l’angolo, e la peggiore è quella che costringe a dire la verità, o a chiederla. Il re è nudo (?)

Il senso della poesia mi pare limpido come un cristallo, forse per il condiviso e quasi universale senso di fragilità della comune delle voci soffuse, quelle che continuano a concordare e a dire e a sussurrare, imponendo complicità involontarie in ogni luogo, in particolare di potere, piccolo o grande che sia.

Tanto che mi arrischio a considerarla politica come poche altre. E per spiegarmi, l’esempio è facile e adatto a questi giorni: si può attaccare la corruzione della classe politica senza attaccare quella che serpeggia in tutti i rapporti economici e sociali che conosciamo? E allora come potrei pretendere?

Catena di montaggio

“Ogni quattordici secondi Wierzbicki alesa un cuscinetto, Stephanides lo rettifica e O’Malley lo monta su un albero a camme. L’albero a camme percorre sul nastro trasportatore un giro della fabbrica, attraversa le nubi di polvere di metallo e le nebbie acide, fin quando, cinquanta metri più in su, un operaio lo prende per inserirlo nel blocco motore (venti secondi). Contemporaneamente altri uomini sganciano componenti diversi dai nastri trasportatori adiacenti – carburatore, distributore, collettore di alimentazione – e li collegano al blocco motore. Sopra le loro teste chine enormi stantuffi martellano pugni. Nessuno parla. Wierzbicki alesa un cuscinetto, Stephanides lo rettifica e O’Malley lo monta su un albero a camme. L’albero a camme percorre la fabbrica fino a quando una mano lo prende per inserirlo nel blocco motore, con un movimento sempre più frenetico, adesso, tra gli sciabordii nei tubi e i giri delle pale dei ventilatori. Wierzbicki alesa un cuscinetto, Stephanides lo rettifica e O’Malley lo monta su un albero a camme. Altri operai avvitano il filtro dell’aria (diciassette secondi), collegano il motorino d’avviamento (ventisei secondi) e montano il volano. A quel punto il motore è finito e l’ultimo operaio lo lascia andare lontano a mezz’aria …” (Jeffrey Eugenides, Middlesex, traduzione Katia Bagnoli)

La catena di montaggio negli stabilimenti Ford consentì di ridurre i tempi di assemblaggio di un’automobile da dodici ore a un’ora. Si stabiliva così il principio per cui il valore prodotto aumenta con la riduzione del tempo. Ispettori dotati di cronometro controllavano che ogni azione fosse conclusa nel minor numero di secondi possibile. Qualsiasi contrattempo umano, come la necessità di andare in bagno, uno starnuto, un pensiero inopportuno, rischiava di compromettere il ritmo di lavoro. Il ritmo prima di tutto, incessante sottofondo del dominio delle esigenze aziendali rispetto a quelle individuali. La condizione operaia nasce da questa espropriazione.

Il principio iterativo non è morto mettendo robot al posto delle persone. Il lavoro industriale vive nel mito della produttività. Un operatore di call center, così diverso da un operaio della Ford per altri versi, è valutato per il numero di chiamate cui risponde. Nel tempo di lavoro industriale non è ammessa la riflessione. L’anomalia è costituita dai lavori che richiedono l’uso della mente, come ad esempio la programmazione informatica. Qui si è tentato di operare per suddivisione dei compiti, predisponendo in anticipo le soluzioni, ma per quanto si faccia, non si riuscirà mai a sostituire la necessità dell’inventiva del singolo. Per questo motivo il lavoro informatico resta sempre artigianale, anche quando è organizzato. Un residuo di umanità che lo rende inefficiente.

La pletorica produzione di merci che escono da processi ultrarapidi pare una proliferazione di topi. Si continua a supporre che la richiesta sia infinita, quando sempre più spesso si esaurisce, per poi riprendere, ma in modo sempre più blando. L’innovazione cerca nuovi oggetti da proporre: saturato il mercato dell’auto, c’è chi ha già progettato l’auto-aereoplano. Oggetto degno di James Bond, totalmente assurdo, ideato con la speranza di rendere obsolete le auto esistenti, prive di ali. Perché non, allora, biciclette-elicottero?

La velocità della produzione fa da contraltare a quella del denaro, che deve circolare sempre più velocemente, pena il blocco economico. Il movimento del denaro è consentito dalla frenesia degli acquisti. Questo fa sì che la definizione corretta della nostra società sia: società dei consumi. Definizione che racchiude in sé tutti gli elementi qui descritti: produzione, finanza e richiesta di merci. La questione fondamentale è cosa succederà quando si fermerà tutto. Si accettano scommesse.

Il restauro del Labirinto

“Il Labirinto”, Opera Web, fu pubblicato su Akkuaria nel Novembre del 2000. Dodici anni, nell’ambito di una tecnologia giovane come il web, sono un’eternità. Allora avevamo immaginato di creare una nuova forma d’arte che sfruttasse le possibilità espressive del linguaggio HTML e di Javascript. I browser dominanti erano Internet Explorer e Netscape. Ognuno dei due strumenti intendeva le istruzioni a modo proprio e bisognava fare i salti mortali perché una pagina funzionasse in entrambi. Poi le regole di standardizzazione imposte dal W3C sono state finalmente accolte (non tutte e non sempre) e i browser più diffusi hanno iniziato a parlare quasi la stessa lingua. Ciò ha provocato, però, il rapido invecchiamento delle pagine web prodotte prima di questo cambiamento, che non rispettando le nuove regole non potevano più funzionare in modo corretto.

Il restauro, per consentire la sopravvivenza del Labirinto, era indispensabile. Ora è completato ed è possibile vederlo, e soprattutto percorrerlo.

Nel corso del restauro ho seguito questi principi:

  • Non ho modificato nulla di quanto era stato scritto allora, tranne le pagine di presentazione degli autori (che sono state aggiornate agli ultimi eventi).
  • Aggiornando la grafica, ho lasciato inalterate le immagini, ma ho sfruttato le nuove possibilità tecnologiche (immagini più definite e più grandi, dove serviva).
  • Aggiornando gli script di programmazione, ho seguito le indicazioni W3C, adottando la tecnologia DHTML (HTML + Javascript + DOM).
  • Le pagine ora sono compatibili con i browser più diffusi (IE, Firefox, Chrome e Safari).
  • La visualizzazione è stata adattata ai formati video più diffusi (16:9 e 5:4).

Lo scopo finale, come in tutti i restauri autentici, è riproporre l’opera così com’era originariamente. L’aumento nella definizione delle immagini, unica concessione alla cattiva abitudine di migliorare le opere del passato, serve perché, dopo soli dieci anni, non siamo più in grado di apprezzare immagini con la definizione di allora. Il nostro sguardo si è abituato a nuove sollecitazioni.

La società contemporanea divora le opere d’arte e d’ingegno. E’ nuovo ciò che presto sparirà, entrando a far parte dell’archeologia tecnologica e più spesso finendo nell’oblio, come se non fosse mai esistito. Mi riesce difficile credere che sia una buona cosa. Penso piuttosto che alla fine dovremo pagare il conto di questa tendenza all’effimero. Forse non sarebbe male se chi può farlo iniziasse ad andare un po’ controcorrente, provando a fare rivivere oggetti e opere del passato. Penso ad esempio ai giochi prodotti per i primi computer casalinghi, alcuni dei quali molto più fantasiosi, pur con tanti mezzi in meno, di quelli attuali. A opere d’arte e di design finite in scantinati, perché legate a contesti non più attuali. Agli stessi computer a 48 e 64 KiloByte. Non è un’idea nuova, se si pensa ai tanti appassionati, ad esempio, di auto d’epoca. La necessità di sostituire in continuazione gli oggetti della nostra vita non nasce da noi, ma è imposta da criteri di sviluppo che alla lunga saranno giudicati folli dalla maggioranza delle persone.

Vi è una vecchia faccenda di cui tutti parlano

“Vi è una vecchia faccenda di cui tutti parlano, parlano a se stessi, ma di cui nessuno nella vita ordinaria vuole parlare pubblicamente, benché capiti pubblicamente e in ogni istante nella vita ordinaria, e per una specie di nauseabonda tartuferia generale, nessuno voglia confessare di essersene reso conto, di averla vista e di averla vissuta. Questa faccenda porta un nome: affatturamento generale, e tutti vi partecipano poco o tanto, un giorno più l’altro meno, ma pretendendo di non saperlo, e volendo nascondere a se stessi di parteciparvi una volta con l’inconscio una volta col subconscio, e sempre più con tutta la coscienza. Lo scopo di queste fatture è di impedire un’azione intrapresa da anni e che consiste nell’uscir fuori da questo mondo che puzza e di farla finita con questo mondo che puzza.” (Antonin Artaud, Al paese dei Tarahumara e altri scritti)

Tutti provano disgusto, ma nessuno si muove. C’è solo un modo per cambiare lo stato di cose, italiano ma non solo: iniziare ad averne tutti basta e muoversi, anziché stare fermi, travolgendo tutto con il proprio movimento. Si potrebbe dire che la storia non racconta favole, le indicazioni su come fare ce le dà tutte. Poco piacevoli, purtroppo, per chi, storcendo la bocca per la nausea, in realtà è complice. Al di là dei vari “partiti degli onesti” (Si è mai sentita una simile assurdità? L’onestà dovrebbe essere un fatto scontato, non un principio di parte) non c’è nulla che accomuni i disgustati. Quel che è peggio, è che i vizi dei politici ben rappresentano quelli dei privati cittadini, tanto da doversi ritenere infondata l’opinione che la classe politica non sia rappresentativa del paese. I figli e le amanti che approdano a fortunata carriera appartengono alla sfera politica come a quella aziendale, pubblica e privata. La raccomandazione non è una cattiva abitudine dei potenti, ma un criterio generale e condiviso, tanto che chi a essa si sottrae rifiutandosi di favorire propri rampolli o protetti passa per cuore di pietra, oltre che per ingenuo. I principi etici cui uniformare il proprio comportamento si fermano, se va bene, sulla soglia di casa. Oltre questa, tutti liberi di fare ciò che più conviene. Le ridicole dichiarazioni dei redditi di dentisti, avvocati e professionisti vari ne sono la prova più banale. Anche questi, per altro, pronti a disgustarsi, come tutti, per la disonestà dei politici.

E dopo?

Los laberintos
que crea el tiempo,
se desvanecen.
(Solo queda
el desierto.)
El corazon,
fuente del deseo,
se desvanece.
(Solo queda
el desierto.)
La ilusion de la aurora
y los besos,
se desvanecen.
Solo queda el desierto.
Un ondulado
desierto.
(Garcia Lorca, Y después)

 

I labirinti
creati dal tempo
svaniscono.
(Rimane solo
il deserto.)
Il cuore,
fonte del desiderio,
svanisce.
(Rimane solo
il deserto.)
L’illusione dell’aurora
e i baci
svaniscono.
Rimane solo il deserto.
Un ondulato
deserto.
(Garcia Lorca, E dopo)

“Nulla” è la parola chiave, detonatore e acceleratore culturale. Nella pienezza dell’essere non può esserci che stasi: tutto è perfetto, che bisogno c’è di cambiare o anche solo di desiderare alcunché? E’ quando si avverte l’incombere dell’assurdo, cioè del nulla, che la fuga verso il cambiamento diventa indispensabile. Assurdo perché se nulla è, nulla è, e non ci dovrebbe preoccupare. Invece è proprio l’incombere a non consentire salvezza nella ragione. Assurdo eppure ineluttabile,  il nulla è l’esperimento della vita. Ciò che si è stati svanisce. Si è ancora, altrimenti non si potrebbe nemmeno avere timore, ma nello stesso tempo non si è più. Se l’idea di morte può trovare consolazione in qualche dottrina religiosa, che promette vita eterna, rinascita o fusione con l’essere indistinto,  la perdita dovuta all’invecchiamento  è troppo evidente per non generare angoscia e dubbi. La possibilità, nata nel secolo scorso, di creare album fotografici con le foto proprie e dei propri cari, illustra alla perfezione il fenomeno. Più che essere, siamo stati. La stampa di una foto o un’immagine digitale lo dimostrano.  E allora chi siamo, se non siamo più ciò che eravamo?

Pensierini della buonanotte – 32

“E poiché uguali parti sono del grande e del piccolo, anche così in ogni cosa ci potranno essere tutte le cose: non è possibile che alcunché esista disgiuntamente, ma tutte le cose hanno parte a tutto.” (Anassagora, da “I presocratici”, traduzione Renato Laurenti)

Siamo solo manifestazioni dell’essere. Quest’affermazione, indimostrabile e pericolosamente metafisica, tuttavia mi sembra antidoto valido alla deriva, ben più nociva, dell’individualismo. Dio è morto per rinascere nel culto privato del sé. In chi crediamo, se non in noi stessi? L’orizzonte privato è limitato nello spazio e nel tempo. Il Dio assoluto e immortale si è trasformato in un Dio privato che nasce e muore, e che coincide con l’individuo. Libertà provvisoria, come quella del colpevole che attende il giudizio che lo condannerà. In un certo giorno, a una certa ora, l’essere individuale morirà. Com’è possibile? L’essere non può morire, diceva Parmenide, perché non può svanire nel nulla, esattamente come non può nascere dal non essere. Se così è, delle due l’una: o l’essere individuale in realtà non muore, oppure non è mai nato. Quindi non esiste. Poiché invece esiste, allora non muore. Poiché invece muore, allora non esiste. Cortocircuito che pone fine alla metafisica come disciplina consolatoria.

Proviamo a ribaltare il punto di vista. Non guardiamo più le cose come se fossimo dei disperati aggrappati al nostro piccolo scoglio, con la speranza illogica di sopravvivere. Non concepiamo più il mondo come il riflesso di noi stessi, ma come il tutto del quale siamo solo una piccola parte. Una manifestazione, provvisoria, dell’essere. Non contano più nulla i nostri dolori e le nostre piccole gioie. Se siamo una manifestazione dell’essere, noi siamo l’essere in tutte le sue forme, noi siamo l’essere di un milione di anni fa e di un milione di anni a venire. Niente ci è estraneo. Chiudersi nei nostri piccoli castelli è assolutamente ridicolo. Difendere la propria individualità è inutile. Anche la nostra libertà individuale non conta nulla, se non è la libertà di tutti, di chi vive intorno a noi e di chi vivrà fra mille anni.

Lapidi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
(Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi)

All’angolo della strada c’è un cartello. Riporta un nome e un cognome, le date di nascita e di morte e una qualifica che vorrebbe riassumere una vita. Errico Malatesta, 1853 – 1932, Pubblicista. Ipocrisia della toponomastica. Errico Malatesta è stato un pensatore anarchico, il più importante tra quelli nati in Italia. Anche questa, però, è in fondo una definizione ingannevole, per quanto più corretta. Errico Malatesta è stato un essere umano. Tutti noi lo siamo.

Nei nomi delle strade e delle piazze, sulle lapidi che intitolano scuole, ci sono nomi e cognomi di persone che non esistono più. Esseri ridotti a ciò per cui sono ricordati, mentre la loro vita reale è perduta. Glorie illusorie, eternità fragili come castelli di carte.

Nella città dei morti, le qualifiche d’eternità sono rare. Più frequente è la frase dolente, il ricordo dei cari. Ti avremo per sempre nei nostri cuori. Pietosa bugia, il “per sempre”, perché il cuore dei sopravvissuti smetterà un giorno di battere, anch’esso. Sulle lapidi, piccole o grandi, un nome e un cognome, le date di nascita e di morte. Le si legge talvolta con invidia: costui ha vissuto novantasei anni, quest’altro novantatré. Altre volte con dispiacere, quando si tratta di ragazzi morti troppo presto.

La memoria del passato è l’essenza della nostra cultura. Anche i nomi delle persone hanno la loro importanza, ma di più dovrebbe contare il pensiero che, non importa di chi, è giunto fino a noi. Le lapidi, i cartelli stradali, le statue, sono l’illusione di permanenza di un mondo invece effimero. In ogni città italiana c’è un monumento a Garibaldi. In tutti i cimiteri del mondo ci sono foto davanti alle quali trema la luce di una lampada votiva.