E dopo?

Los laberintos
que crea el tiempo,
se desvanecen.
(Solo queda
el desierto.)
El corazon,
fuente del deseo,
se desvanece.
(Solo queda
el desierto.)
La ilusion de la aurora
y los besos,
se desvanecen.
Solo queda el desierto.
Un ondulado
desierto.
(Garcia Lorca, Y después)

 

I labirinti
creati dal tempo
svaniscono.
(Rimane solo
il deserto.)
Il cuore,
fonte del desiderio,
svanisce.
(Rimane solo
il deserto.)
L’illusione dell’aurora
e i baci
svaniscono.
Rimane solo il deserto.
Un ondulato
deserto.
(Garcia Lorca, E dopo)

“Nulla” è la parola chiave, detonatore e acceleratore culturale. Nella pienezza dell’essere non può esserci che stasi: tutto è perfetto, che bisogno c’è di cambiare o anche solo di desiderare alcunché? E’ quando si avverte l’incombere dell’assurdo, cioè del nulla, che la fuga verso il cambiamento diventa indispensabile. Assurdo perché se nulla è, nulla è, e non ci dovrebbe preoccupare. Invece è proprio l’incombere a non consentire salvezza nella ragione. Assurdo eppure ineluttabile,  il nulla è l’esperimento della vita. Ciò che si è stati svanisce. Si è ancora, altrimenti non si potrebbe nemmeno avere timore, ma nello stesso tempo non si è più. Se l’idea di morte può trovare consolazione in qualche dottrina religiosa, che promette vita eterna, rinascita o fusione con l’essere indistinto,  la perdita dovuta all’invecchiamento  è troppo evidente per non generare angoscia e dubbi. La possibilità, nata nel secolo scorso, di creare album fotografici con le foto proprie e dei propri cari, illustra alla perfezione il fenomeno. Più che essere, siamo stati. La stampa di una foto o un’immagine digitale lo dimostrano.  E allora chi siamo, se non siamo più ciò che eravamo?

Pensierini della buonanotte – 32

“E poiché uguali parti sono del grande e del piccolo, anche così in ogni cosa ci potranno essere tutte le cose: non è possibile che alcunché esista disgiuntamente, ma tutte le cose hanno parte a tutto.” (Anassagora, da “I presocratici”, traduzione Renato Laurenti)

Siamo solo manifestazioni dell’essere. Quest’affermazione, indimostrabile e pericolosamente metafisica, tuttavia mi sembra antidoto valido alla deriva, ben più nociva, dell’individualismo. Dio è morto per rinascere nel culto privato del sé. In chi crediamo, se non in noi stessi? L’orizzonte privato è limitato nello spazio e nel tempo. Il Dio assoluto e immortale si è trasformato in un Dio privato che nasce e muore, e che coincide con l’individuo. Libertà provvisoria, come quella del colpevole che attende il giudizio che lo condannerà. In un certo giorno, a una certa ora, l’essere individuale morirà. Com’è possibile? L’essere non può morire, diceva Parmenide, perché non può svanire nel nulla, esattamente come non può nascere dal non essere. Se così è, delle due l’una: o l’essere individuale in realtà non muore, oppure non è mai nato. Quindi non esiste. Poiché invece esiste, allora non muore. Poiché invece muore, allora non esiste. Cortocircuito che pone fine alla metafisica come disciplina consolatoria.

Proviamo a ribaltare il punto di vista. Non guardiamo più le cose come se fossimo dei disperati aggrappati al nostro piccolo scoglio, con la speranza illogica di sopravvivere. Non concepiamo più il mondo come il riflesso di noi stessi, ma come il tutto del quale siamo solo una piccola parte. Una manifestazione, provvisoria, dell’essere. Non contano più nulla i nostri dolori e le nostre piccole gioie. Se siamo una manifestazione dell’essere, noi siamo l’essere in tutte le sue forme, noi siamo l’essere di un milione di anni fa e di un milione di anni a venire. Niente ci è estraneo. Chiudersi nei nostri piccoli castelli è assolutamente ridicolo. Difendere la propria individualità è inutile. Anche la nostra libertà individuale non conta nulla, se non è la libertà di tutti, di chi vive intorno a noi e di chi vivrà fra mille anni.

Lapidi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
(Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi)

All’angolo della strada c’è un cartello. Riporta un nome e un cognome, le date di nascita e di morte e una qualifica che vorrebbe riassumere una vita. Errico Malatesta, 1853 – 1932, Pubblicista. Ipocrisia della toponomastica. Errico Malatesta è stato un pensatore anarchico, il più importante tra quelli nati in Italia. Anche questa, però, è in fondo una definizione ingannevole, per quanto più corretta. Errico Malatesta è stato un essere umano. Tutti noi lo siamo.

Nei nomi delle strade e delle piazze, sulle lapidi che intitolano scuole, ci sono nomi e cognomi di persone che non esistono più. Esseri ridotti a ciò per cui sono ricordati, mentre la loro vita reale è perduta. Glorie illusorie, eternità fragili come castelli di carte.

Nella città dei morti, le qualifiche d’eternità sono rare. Più frequente è la frase dolente, il ricordo dei cari. Ti avremo per sempre nei nostri cuori. Pietosa bugia, il “per sempre”, perché il cuore dei sopravvissuti smetterà un giorno di battere, anch’esso. Sulle lapidi, piccole o grandi, un nome e un cognome, le date di nascita e di morte. Le si legge talvolta con invidia: costui ha vissuto novantasei anni, quest’altro novantatré. Altre volte con dispiacere, quando si tratta di ragazzi morti troppo presto.

La memoria del passato è l’essenza della nostra cultura. Anche i nomi delle persone hanno la loro importanza, ma di più dovrebbe contare il pensiero che, non importa di chi, è giunto fino a noi. Le lapidi, i cartelli stradali, le statue, sono l’illusione di permanenza di un mondo invece effimero. In ogni città italiana c’è un monumento a Garibaldi. In tutti i cimiteri del mondo ci sono foto davanti alle quali trema la luce di una lampada votiva.

Valori

“E’ nel secolo XIX che il parlare di valori diviene abituale e il pensare per valori normale. Ma con la diffusione delle opere di Nietzsche il fenomeno è divenuto addirittura popolare. Si parla di valori vitali, di valori culturali, di valori di eternità, di rango dei valori, di valori spirituali, pretendendo magari di trovarli anche presso gli Antichi. Attraverso l’esercizio erudito della filosofia e la rielaborazione del neokantismo, nasce la filosofia dei valori. Si costruiscono sistemi di valori, e l’etica studia le stratificazioni dei valori. Anche la teologia cristiana definisce Dio il ‘summum ens qua summum bonum’, cioè come supremo valore. Si dichiara la scienza estranea al valore e si collegano i valori alle visioni del mondo. Il valore e ciò che ha valore divengono un surrogato positivistico del ‘metafisico’. Al diffuso impiego della nozione di valore fa riscontro l’indeterminatezza del suo significato. Questa, da parte sua, si connette all’oscurità della provenienza essenziale del valore dell’essere. Posto infatti che il valore, a cui tanto ci si richiama in queste concezioni, non sia un nulla, deve pure avere la sua essenza nell’essere.” (Martin Heidegger, “La sentenza di Nietzsche ‘Dio è morto’”, in “Sentieri interrotti”, traduzione Pietro Chiodi)

Parlare dei valori in cui si crede è come affermare di essere in grado di scalare l’Everest senza avere mai nemmeno indossato un paio di scarponi da montagna. Il valore è un dato storico, osservabile da un estraneo, ma non da chi lo vive. Credere fermamente in qualcosa è un dato di fatto, tanto più vero quanto più è inconsapevole. Dio ha iniziato a morire nel momento in cui i teologi hanno pensato di dimostrarne l’esistenza. Che bisogno c’era? O forse, proprio perché aveva iniziato a morire, se n’era sentito il bisogno.

Reagire al “decadimento morale” è difficile. Insegnare dei valori in cui credere è in pratica impossibile. Un valore è un dato quantificabile, oggettivo, misurabile. Nessun principio in cui si crede veramente può esserlo. Chi parla di valori spesso ne è totalmente privo. Ne abbiamo avute molteplici dimostrazioni. Famiglia e patria sono state i valori con la scusa dei quali si sono compiuti i peggiori delitti del novecento.  Bandiere che raccoglievano eserciti grazie al senso di vuoto di cui soffrivano le persone, dovuto alla mancanza effettiva di valori. Dietro a quelle bandiere c’era un vuoto ancora più grande. Eppure famiglia e patria non sono valori negativi in sé. Semplicemente, la famiglia affermata come valore non ha niente a che vedere con la famiglia reale, i suoi problemi e il coraggio di chi educa dei bambini. La mitizzazione della patria non c’entra nulla con il sentimento di appartenenza a un luogo. I valori affermati sono privi di essenza, o per meglio dire non sono. Conta solo ciò che si vive e il modo in cui si vive, o meglio si è. Da ciò si possono ricavare lezioni di valore, ma riuscirebbero a farlo, in modo oggettivo, solo dei marziani.

Pensierini della buonanotte – 31

“Invano i saggi cercano di tranquillizzarci dicendo che il passaggio non è nulla, molto meno della traversata di un fiume funebre su una barca funebre, e che di conseguenza il problema di questo passaggio è un problema inesistente e l’angoscia sorta da questo problema una paura immaginaria. Invano insistono dicendo che non si tratta neppure di un brutto momento da attraversare, come il tempo di vuotare un calice di cicuta o, in un lampo, di farsi strappare il dente malato (ancor prima che abbiamo ricominciato a respirare il dente è già tolto …). No, non è nemmeno questione di una frazione di secondo: non è assolutamente niente, e voi non vi accorgerete di niente. Non potete aver paura di qualcosa che non è niente, né conoscere qualcosa che non esiste, né temere ciò che non è affatto temibile. Ma perché, purtroppo, questi discorsi rassicuranti ci persuadono così poco?” (Vladimir Jankélévitch, La morte, traduzione Valeria Zini)

La morte è il problema, e non ve ne sono altri, nel senso che il resto è derivazione della questione nodale, conseguenza non di una causa, ma di una matrice. Assurda nel suo essere niente, pura ipotesi del nulla del dopo ribaltato dalle credenze religiose. Momento conosciuto solo per interposta persona e terrorizzante proprio perché inconoscibile, a differenza di altre paure di cui si pensa che vi sarà comunque un dopo. La progressiva separazione in individui dell’umanità accentua l’angoscia. I figli non proseguono più la vita dei padri e non ci sono più dinastie cui affidare il proprio ridicolo sogno d’eternità. La libertà individuale è sempre illusoria, perché termina in un baratro. Ciò nonostante quella libertà è il nostro credo, l’unico vero credo universale dell’occidente, religione prometeica senza templi.

Cacciata dalle case, imprigionata negli ospedali, la morte non ha mai fatto così paura. Fino a non troppi decenni fa era evento consueto che accadeva anche prestissimo, uccidendo bambini non meno che anziani. La morte ridotta alla sua inevitabilità tuttavia avviene, unica malattia certamente e per sempre inguaribile. Ricchi pazzi costruiscono mausolei in cui perpetuare il proprio corpo già macilento, imbalsamato. Illusione infantile analoga a quella della resurrezione cristiana della carne. La morte, per fortuna, è egualitaria. Come diceva il grande Totò, è come una livella. Non c’è e non ci sarà mai persona di successo che potrà sfuggirle.

I monaci buddisti tibetani disegnano grandiose opere con sabbia colorata. E’ arte effimera più di ogni altra, che alla fine termina in una preghiera e nella dispersione della sabbia che la compone. Metafora della vita e di ciò che chiamiamo persona. La vita così rappresentata è una congiuntura, un accidente momentaneo. Ma attenzione, non è l’essere in dubbio, ma la sua permanenza in un singolo animale. La vita individuale è solo una manifestazione del tutto. Momentanea, impermanente, come una ruota colorata fatta di sabbia.

La sera che partì mio padre

La sera che partì mio padre
noi s’era alla finestra a guardare
guardare per vederlo andare
neanche tanto lontano
e non muovere neanche una mano

La sera che partì mio padre
non c’erano canzoni da ascoltare
perché la radio continuava a parlare
e mio padre andava per non tornare più

La sera che partì soldato
gli dissero di non sparare
che era solo roba di leva militare
bastava soltanto dire: “altolà!”

La sera che arrivò mia madre
che lo vide bianco senza più respirare
aveva in mano il telegramma
medaglia d’oro per l’altolà

La sera che partirò anch’io
io spero solo che sia Natale
perché a Natale stanno tutti a casa
a mangiare, bere, ascoltarsi, parlare

La sera che me ne andrò via
diranno che dovevo andare
diranno che non vado poi a star male
ma io so già che non si sta così.

(Enzo Jannacci)