Los laberintos
que crea el tiempo,
se desvanecen.
(Solo queda
el desierto.)
El corazon,
fuente del deseo,
se desvanece.
(Solo queda
el desierto.)
La ilusion de la aurora
y los besos,
se desvanecen.
Solo queda el desierto.
Un ondulado
desierto.
(Garcia Lorca, Y después)
I labirinti
creati dal tempo
svaniscono.
(Rimane solo
il deserto.)
Il cuore,
fonte del desiderio,
svanisce.
(Rimane solo
il deserto.)
L’illusione dell’aurora
e i baci
svaniscono.
Rimane solo il deserto.
Un ondulato
deserto.
(Garcia Lorca, E dopo)
“Nulla” è la parola chiave, detonatore e acceleratore culturale. Nella pienezza dell’essere non può esserci che stasi: tutto è perfetto, che bisogno c’è di cambiare o anche solo di desiderare alcunché? E’ quando si avverte l’incombere dell’assurdo, cioè del nulla, che la fuga verso il cambiamento diventa indispensabile. Assurdo perché se nulla è, nulla è, e non ci dovrebbe preoccupare. Invece è proprio l’incombere a non consentire salvezza nella ragione. Assurdo eppure ineluttabile, il nulla è l’esperimento della vita. Ciò che si è stati svanisce.
Si è ancora, altrimenti non si potrebbe nemmeno avere timore, ma nello stesso tempo non si è più. Se l’idea di morte può trovare consolazione in qualche dottrina religiosa, che promette vita eterna, rinascita o fusione con l’essere indistinto, la perdita dovuta all’invecchiamento è troppo evidente per non generare angoscia e dubbi. La possibilità, nata nel secolo scorso, di creare album fotografici con le foto proprie e dei propri cari, illustra alla perfezione il fenomeno. Più che essere, siamo stati. La stampa di una foto o un’immagine digitale lo dimostrano. E allora chi siamo, se non siamo più ciò che eravamo?





